03 febbraio 2009

Le sperimentazioni della “mozione Cota”. Così la scuola separa e non integra!

Se, come ebbe a dire il presidente Napolitano, il senso complessivo della scuola è quello di costruire una “terra di mezzo” tra famiglia e società, la scuola, oggi più che mai – e più che mai proprio in riferimento alla presenza di alunni migranti- è chiamata a svolgere fino in fondo il suo ruolo di intellettuale sociale, capace di prendersi cura del “diritto di cittadinanza” per costruire la conoscenza nella prospettiva del dialogo, della condivisione, della co-costruzione di significati.

Alla luce di questa premessa la “mozione Cota” (ottobre 2008) sulle classi separate per gli alunni stranieri ha suscitato in me, (e per fortuna in molti: Associazioni professionali di insegnanti, organizzazioni sindacali, forze politiche, ecc) indignazione e contrarietà a qualsiasi forma di separazione di alunni/studenti su base etnica in “classi ponte” o “classi di inserimento”.

E’ quindi con amarezza e stupore che ho appreso che in numerose scuole bresciane, col sostegno dell’USP vengono attuate sperimentazioni di classi differenziate/differenziali [se non ci si lascia ingannare da raffinate ipocrisie lessicali quali “classi di inserimento” o “classi di accoglienza”(!) ] e la mozione Cota è, appunto, soltanto una mozione, non è ancora legge!

Non mi sfugge affatto che, senza formazione interculturale degli insegnanti, senza specifica competenza in italiano L2, senza risorse economiche, senza il supporto di mediatori/facilitatori linguistici o culturali, la presenza di alunni migranti grava tutta sulla scuola e sugli insegnanti. Si scarica così sulle scuole l’impatto della complessità, e più faticose si fanno le condizioni di lavoro, più arduo il mestiere già difficile di insegnare,… Ma sono anche molto consapevole che le “classi separate” non sono solo sbagliate sul piano etico e sul piano sociale, sono soprattutto un errore pedagogico come hanno ampiamente argomentato le Società scientifiche, attive nel campo delle scienze del linguaggio in tutti i suoi ambiti teorici, descrittivi, metodologici e applicati, firmatarie della “nota tecnica” proprio in riferimento alla mozione Cota.

Infatti, qualsiasi apprendimento, ancor di più quello della lingua, avviene soprattutto in un contesto relazionale di coetanei -compagni all’interno di una classe di riferimento in cui sono presenti diverse e variegate competenze linguistiche. Alcuni (non dico tutti, perché non li conosco personalmente) degli insegnanti delle scuole bresciane (in particolare Istituti Superiori) coinvolte in queste sperimentazioni sono professionalmente molto preparati, respingono con sdegno il sospetto di “leghismo”.

In queste classi separate, in cui si permane per almeno un terzo dell’anno scolastico, non vedono una lesione dei Diritti di cui i minori stranieri sono titolari al pari di quelli di italiani, non vi leggono discriminazione, ma soluzione a problemi di apprendimento, a difficoltà specificatamente linguistiche….

Rispetto a queste “sperimentazioni” vorrei, a bassa voce, dire che molti fra gli alunni migranti presenti nelle nostre scuole sono nati in Italia o vi sono giunti piccolissimi, non tutti cioè necessitano di “alfabetizzazione”, ovviamente ciò non toglie affatto il persistere di gap linguistici, né tanto meno l’utilità di laboratori (italiano L2 e per lo studio), di corsi integrativi, ecc. Anzi di laboratori, di corsi integrativi, di azioni di rinforzo c’è quanto mai bisogno.

Molte sono le modalità e le flessibilità possibili per attuare azioni di supporto al successo formativo degli alunni/studenti, molte delle azioni auspicabili e possibili provengono dalle così dette “buone pratiche” che le scuole hanno “ricercato” e “validato” sul campo, alcune sono indicate nella normativa vigente (Testo Unico sull’Immigrazione aggiornato al pacchetto sicurezza – e Linee Guida - MIUR 2006) alcune altre infine sono suggerite da “La via italiana all’intercultura” (MPI dicembre 2007).

Tuttavia né le “buone pratiche” né i citati documenti normativi suggeriscono “classi separate”, perché allora questo “fiorire” di sperimentazioni che anticipano elementi della mozione Cota? In modo strisciante e senza clamore, a Brescia (e da altre parti?) si prepara forse il terreno per far sì che la pratica della separatezza preceda la norma? O è solo un segno dei tempi a cui io non so rassegnarmi, di tempi bui percorsi da venti xenofobi, dominati da diffidenza e paura.?

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